non ho mai smesso di pensarti. fin che stavo con sara avrei voluto vederti e parlarti. ricostruire un rapporto di amicizia con te. Senza contare tutte le volte che tornando a casa la notte da mestre dopo scopate memorabili, ancora
non ho mai smesso di pensarti. fin che stavo con sara avrei voluto vederti e parlarti. ricostruire un rapporto di amicizia con te. Senza contare tutte le volte che tornando a casa la notte da mestre dopo scopate memorabili, ancora
T. scende dalla macchina con un berretto da Inti Illimani. si siede vicino a me sul muretto gelido di fronte alla chiesa ciottolata e mi dice "sai, ho avuto un po’ di problemi. mi sono sentito tutto con l’ansia e non parlavo più" e mi racconta di mesi trascorsi nell’ospedale psichiatrico, incazzato con i medici, finchè non capisce che sono tutti una grande famiglia e devono darsi una mano e non arrabbiarsi tra di loro. e poi facevano attività ricreative, di pittura, di scultura. ma adesso è uscito e lunedì riprenderà a lavorare in fabbrica. lo porta un amico, al lavoro. si, deve arrivarci un po’ prima perchè il suo amico inizia alle 7 mentre il suo turno è alle 8. ma può entrare lo stesso, e poi aspetta che scatti la mezza per poter timbrare il cartellino.
gobbo, barcollante come immagino i sciuscià, i minatori che non hanno mai conosciuto la leggerezza del vento primaverile. dal passo pesante, goffo, leggermente strascicato, tentennante. sbilanciato sulla punta del piede. la sciarpa di lana lunga, dai disegni geometrici e le nappe sfilacciate; quella a destra tocca per terra raccogliendo polvere e ombra. capelli radi fuoriescono dal berretto e si sfilacciano sulla fronte fino a toccare la pesante montatura di plastica nera, rettangolare. ha i denti rovinati, la placca li aggredisce fino alla metà e oltre, lasciando spazio a vaste carie. sono molto più rovinati di quando frequentavamo il liceo, ma il sorriso è sempre stato un punto debole. e anche l’alito. mi chiede scusa, si allontana un istante per avvertire la sorella in macchina che può andare a casa che i suoi compagni sono arrivati.
altre auto si incolonnano e parcheggiano. un’audi quasi ci viene addosso. scende C. con una bottiglia di birra in mano e l’occhio brillante vagamente annacquato. ha i riflessi rallentati, si muove come un robot e manca per un paio di volte la portiera da chiudere. ci rinuncia e la lascia semichiusa. si avvicina a passi lenti e con le gambe arcuate. una camicia a quadri di pile, rossa e nera. forse confondo l’immagine con il ricordo di lui nella classe al secondo piano del liceo. due porte-finestre che davano sulla strada pedonale, il suo banco e le sue camicie montanare accanto alle finestre. quella sera forse indossava una camicia scura e dei jeans e delle scarpe pesanti, una tenuta di stampo proletario ed operaio. quindici anni fa suonava la batteria in un gruppo di rock psichedelico, amava le lingue e le culture straniere. si era iscritto all’università. ora lavora nel reparto logistico di un grande magazzino. porta comunque l’orecchino sul lobo sinistro.
giungono a breve distanze un avvocatessa in carriera, una psicologa, una madre di una piccola peste, architetto di tradizione, a tempo perso. poche donne questa volta. qualcuna ha partorito da poco, con grande sorpresa dei presenti ignari, altre sono lontane, un paio si negano per una tacita ma evidente indifferenza o insofferenza alla compagnia dei ricordi. c’è chi stenta a riconoscermi, chi finge di stentare. solo A. mi viene incontro sorpresa e felice, con le tipiche gote arrossate e gli occhi brillanti di gioia contenuta. il pelo bianco del suo cappotto mi solletica la pelle, emana un profumo delicato. dalle ombre dei lampioni escono gli ultimi gruppetti intirizziti dall’attesa. l’organizzatore si dilunga sotto la doccia, di certo calda e vaporosa, forse anche deliziata da una compagnia intrigante. quante fantasie e maledizioni riesce a convogliare una sera fredda di febbraio! nel frattempo ero riuscita a colmare le lacune nell’appello che dal risveglio mi risuonava nelle orecchie, con il tono e il gracidio di un annuncio ferroviario.
di li a poco la comitiva si sarebbe avviata verso la trattoria in un tamburellare intermittente di domande rituali, "di cosa ti occupi?" "e tu?" "ma quanto tempo, cosa combini" "e allora cosa ci racconti?". la sorpresa di sarebbe gradatamente stemperata nello scorrere delle portate e insaporita da un ottimo dolcetto d’alba. sulla soglia d’ingresso mi apparve chiara la risposta: io sto investendo sul mio futuro.
Fruscio di uno stormo appuntito che si libra a mezz’aria nel tramonto oltre le colline.
Fruscio come di onde e penso all’oceano lontano, a te che come pochi interpreti i pensieri, estraniandoti dal mondo, nel ricordo di altri mondi, di altri soli, di altre labbra e soli occhi. Il tuo paradiso di sogni infranti, futuro e malinconia.
Ay!
In occasione delle festività, di qualunque natura, civile, religiosa o semplicemente il ritorno a casa dei figliuoli dispersi per il mondo, si programma il lavoro, la sua attività principale essendo il dare la vita e in caso di figli vivi e autonomi, farli ingrassare in modo che accumulino sufficienti scorte adipose per resistere nel difficile mondo moderno. Nelle settimane precedenti l’evento telefona ripetutamente per informarsi se torni a casa per natale, e se mangi e cosa e quanto. interseca accuratamente le risposte di tutti i componenti della famiglia, delle preferenze di eventuali componenti aggiunti o passeggeri che in quanto ospiti vanno trattati con particolare riguardo. sempre domande indirette, piene di dubbi, chiedendo suggerimenti, farneticando soluzioni fantasiose, ma quasi mai poco elaborate. Il suo cervello macchina come un frullatore e per non perdere l’ispirazione prende appunti su qualche foglietto unto e infarinato che poi ritrovi cercando un qualche ammenicolo di decorazione della tavola. Scopri così che a tua insaputa ha programmato non solo il pranzo di natale, ma un intera settimana di pranzi e cene, spesso con più vivande o con bis/tris. A nulla vale coordinare la task-force dei fratelli più influenti per limitare, arginare questa tracotanza culinaria, tanto meno insistere che non si affatichi. Affermare che una semplice pasta al pomodoro andrebbe più che bene equivale ad una staffilata alle spalle, offesa che la madre sopporta pazientemente mostrando al più una debole, stanca smorfia di disgusto per tanta pochezza.
il pranzo con ospiti sconosciuti è tutto un "ne vuole ancora" "ne prenda un altro poco" "ma si figuri" "grazie, è delizioso"
"Yo quiero un hombre muy caliente Yo quiero un hombre muy abiente Un hombre afetuoso e sincero Un hombre lleno lleno de dinero Almeno se l’amore male andrà Con il dinero me puedo consolar"
L’AIDO in Giappone e’ l’arte di estrarre la spada. LAIDO in Italia e’ la mancanza di arte di estrarre la spada.
“Il mio migliore amico” (2006) un film di Patrice Leconte
il dubbio rimane.
Ma, mio amato, per meglio asciugare le mie lacrime,
Pronuncia ancora alla mia tenerezza
I giuramenti di un tempo, che tanto amavo!
Ah! Rispondi alla mia tenerezza!
Versa in me l’ebbrezza!
sotto la brezza leggera,
cosi’ freme il mio cuore, pronto a consolarsi
alla tua voce, a me si cara!
La freccia e’ meno rapida a portare al trapasso
Di quanto non sia la tua amante a volare tra le tue braccia!
Ah! rispondi alla mia tenerezza!
Versa in me l’ebbrezza!"
