"Partire è un po morire."

"Sai cosa lasci, non sai cosa trovi."

"Abramo, non andare, non partire, non lasciare la tua casa… dove speri di arrivar?"

"…il treno dei desideri, nei miei pensieri all’incontrario va!"

In ogni canzone c’è un fondo di verità, viene da pensare, reduce da una settimana di viaggi per il nord-centro italia, ammazzando l’attesa con messaggini agli amici, quando il ritardo era dell’ordine dei 15 minuti e mi trovavo in stazione.

"45 minuti di ritardo. ci scusiamo per il disagio"

"cosa vuoi che sono 45 minuti" dico al fratello, messaggiaticamente, "45 minuti sono tanti improperi", mi risponde. Lui si che è un veterano dei ritardi, dato che si esercita tutti i giorni sulla linea Milano - Brescia. Io casco dalle nuvole quando, come ieri, arrivo in stazione e vedo sul tabellone ritardi di 2 ore. Certo, scoprirlo alle 21 quando in teoria sarebbe stato l’ultimo treno della giornata, e immaginare una notte in stazione corteggiata da tossici atletici, poliziotti dal culo imbottito e papponi ingioiellati fino al midollo, non è simpatico, e per un esserino timido come me è un immagine ansiogena. Non fa bene, l’ansia, alla salute e neanche al portafoglio. E io al mio portafoglio ci tengo. ovviamente il primo pensiero, ingenuo, tenero e anche un poco romantico è quello di recarsi in biglietteria o all’ufficio informazioni, se la stazione ne è provvista, e chiedere il motivo del ritardo. Ti guardano scocciati, certo, non sarà stata una domanda innovativa e geniale, ma, dato che nessuno sa nulla, nessuno degli astanti imbambolati di fronte al tabellone (manco stessero uscendo i numeri del superenalotto che ti cambia la vita!) è gioco forza rivolgersi al ferroviere dalla trippa trasbordante, accasciato come un sacco sulla sua poltrona ergonomica al di là del vetro antiproiettile.

"guasto sulla linea"

L’ultima volta che me lo avevano detto, il guasto si era rivelato essere un suicida sui binari. Dopo il passaggio del treno, guasto era guasto. Ieri invece era proprio un guasto ai meccanismi di scambio. Mi hanno riferito i passeggeri, tra cui il fratello professionista dei ritardi, di aver visto, nella controluce della sera, macchinisti che azionavano manualmente gli scambi. immagini del secolo scorso, da fotografie sui toni del marrone, mangiucchiate dalle tarme e dall’umidità. Quando il fratello, raggiunta la meta è passato a salutarmi e porgere una parola di conforto, mi ha guardato sconsolato, perchè io ancora speravo che il treno sarebbe giunto da lì a breve e mi ha offerto un posto sul divano megagalattico del suo appartamento di studenti.

Per fortuna